70^ edizione
26·27·28
SETTEMBRE 2019
ITA

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25 giu

Il Floro-Vivaismo del terzo millennio Di Renato Ferretti

In questo primo scorcio del terzo millennio abbiamo assistito alla prima vera crisi del settore florovivaistico con tensioni sia sul lato della domanda che dell’offerta. Nessuna delle componenti della filiera è rimasta esclusa.

Nell’ultimo biennio ci sono stati timidi segnali di ripresa che necessità di azioni corali per essere consolidata. E’ in questo quadro che s’inserisce il nuovo corso del Flormart che vuole tornare ad essere il riferimento di tutto il settore per essere, insieme alle aziende che vi operano, attore del rilancio e della riqualificazione della produzione florovivaistica italiana. Per questo è importante esserci per dimostrare che il settore non solo è dinamico ma anche coeso e che tutti gli attori lavorano per la qualità totale del prodotto florovivaistico.

Il terzo millennio iniziò con un settore floro-vivaistico molto dinamico con esportazioni in continua crescita e prezzi altrettanto crescenti al pari dell’aumento dei costi di produzione se non di più. Il settore era infatti trainato dalla favorevole congiuntura sui mercati europei dal vantaggio competitivo dovuto al favorevole rapporto di cambio per le esportazioni in particolare con la Germania e da un economia in fase espansiva con molti investimenti privati ma anche pubblici.

Con il 2002 e l’ingresso nell’euro il vantaggio competitivo, dovuto al rapporto di cambio, è ovviamente scomparso i prezzi ormai avevano un comune modo di formarsi con vantaggi ma anche svantaggi. C’erano comunque molte aspettative per l’ingresso in Europa dei paesi dell’ex blocco sovietico perché, pensavamo, avrebbero portato ad un ulteriore espansione del mercato e quindi della domanda. Certamente nei primi anni il saldo fra domanda ed offerta di fiori e piante ornamentali, in questi paesi, era favorevole alle esportazioni; poi piano piano sono a loro volta diventati produttori importanti ed è aumentata la concorrenza e la competitività anche sui mercati tradizionali delle produzioni italiane. Quindi alla fine l’ampliamento a 25 e poi 27 dell’Unione Europea ha prodotto più svantaggi che vantaggi per il floro-vivaismo, soprattutto se consideriamo che i costi di produzione in quei paesi, a partire da quello del lavoro, sono notevolmente inferiori ai nostri producendo una concorrenza sui prezzi già all’interno dell’Europa.

Nel 2008 con la crisi finanziaria si apre il periodo nero sul piano finanziario ed economico, il settore in principio sembra non risentirne più di tanto ma invece con il passare degli anni i colpi arrivano, ed anche forti, con un po’ di ritardo, ma, arrivano a cominciare dal 2011/2012 per raggiungere il culmine probabilmente nel biennio 2015/2016.

Ma cerchiamo di capire cosa è successo. Le aziende hanno tutte investito, aumentando notevolmente la loro esposizione finanziaria sia per gli investimenti strutturali, che per il modificarsi dei cicli e delle modalità di produzione richiedendo sempre maggiori imput dall’esterno. I bassi tassi d’interesse e le modalità di soddisfazione delle garanzie reali, richieste dal mondo bancario dell’epoca, hanno fatto si che i finanziamenti fossero concessi fidando più sui valori tradizionali del mondo rurale che su quelli ormai affermati del mercato e della finanza. In seguito alla crisi finanziaria ed immobiliare, i valori fondiari si sono ridotti notevolmente e, conseguentemente  i conti hanno cominciato a non tornare; ed anche in virtù delle nuove norme bancarie l’accesso al credito è sempre più complicato.

Contemporaneamente i paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, ed in specie il primo forti importatori in specie di piante, non solo non comprano più per la crisi ma addirittura diventano a loro volta esportatori, aumentando ancora la concorrenza ed obbligando sempre di più a scegliere la strada della competizione sul prezzo. Cosi primariamente non aumentano più i prezzi proporzionalmente all’aumento dei costi di produzione e poi inizia una diffusa politica di sconti. All’inizio di quest’ultimo decennio fanno la loro comparsa anche le prime crisi dovute alle problematiche fitosanitarie, ovvero alla comparsa di organismi da quarantena che tolgono dal mercato alcune specie, e, come nell’abusato caso della Xylella tendono a far passare il nostro paese come non sicuro sul piano fitosanitario e quindi a contrarre le importazioni dall’Italia. Ma i problemi ovviamente sono molti basti pensare al tarlo asiatico, al punteruolo rosso, ecc.

L’ultimo triennio poi è stato caratterizzato da notevoli incertezze politiche, che hanno influenzato negativamente ed in maniera pesante il mercato, basta citare la Brexit e la crisi Turca che da paese con crescenti importazioni si sta di fatto azzerando, ma non possiamo neanche dimenticare le guerre più o meno silenziose in medio oriente, nella ex galassia sovietica e l’embargo alla Russia che ha sicuramente prodotto danni alla nostra economia ma non so quale potere coercitivo abbia potuto avere sul governo Russo.

In sintesi il settore ha tenuto grazie alla accumulazione di capitale fatta nel corso dei decenni precedenti, alla continua ricerca di ridurre i costi accorciando i tempi di produzione ed aumentandone l’intensità per unità di superficie. Ormai però non basta più e, soprattutto per il futuro, occorre una grande riorganizzazione del settore che deve partire dalle aziende, dalla loro dimensione ed organizzazione per arrivare al sistema del credito. Poi il sistema pubblico deve attrezzarsi per poter garantire che le tecniche di prevenzione e controllo siano state tutte attuate, di poterlo certificare e di poter affermare con cognizione di causa e, quindi con documentazione, che le piante vendute sono state prodotte con tecniche certe ed in luoghi ben individuati. Tracciabilità e garanzia di qualità totale del prodotto divengono ormai la discriminante per conservare ed acquisire mercati.

In conclusione, nonostante tutto, la capacità produttiva in Italia come in Europa si consolida ma se non si alimenta la domanda, la contrazione dei prezzi è inevitabile e conseguentemente i margini per le aziende si riducono e le conseguenze sono spesso drammatiche.

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